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venerdì 23 novembre 2012

Imprese altoatesine, donne ai margini

Solo il 12,3 per cento dei manager è di sesso femminile. In generale più precarie e meno pagate dei colleghi maschi 

di Riccardo Valletti
BOLZANO Donne tenute al margine della carriera, più istruite e meno pagate e con contratti più precari dei loro colleghi maschi, senza altro motivo se non il fatto di essere donne. Questo è il dato che emerge dal primo rapporto sulle discriminazioni di genere in ambito lavorativo presentato ieri in un seminario a Bolzano. Il rapporto è il risultato del progetto finanziato da Provincia e Fondo Sociale Europeo “Gender pay gap: buone prassi e modelli di sperimentazione”, gestito dall’Associazione Rete donne-lavoro in collaborazione con l’assessorato al lavoro e pari opportunità della Provincia, la consigliera provinciale di parità Simone Wasserer e l’Istituto per la promozione dei lavoratori. Il progetto. Il rapporto è stato elaborato sulla base dei dati raccolti in tutte le imprese altoatesine con oltre 100 dipendenti; ogni due anni, infatti, le imprese sono tenute per legge a compilare una scheda destinata ad evidenziare le possibili discriminazioni di genere all’interno dell’organizzazione aziendale. Da quest’anno le imprese sono state messe in rete e il rapporto è stato compilato on line, e tutti i dati sono confluiti quasi in tempo reale nel sistema di elaborazione dato in gestione alla consigliera di parità Simone Wasserer, dal quale è stato possibile estrarre tutte le statistiche che evidenziano una sostanziale disparità di trattamento, sia tra campi occupazionali diversi, che all’interno della stessa organizzazione. I dati. Degli oltre 25 mila dipendenti impiegati nelle maggiori imprese altoatesine (sono 133 quelle con oltre 100 dipendenti) poco più di 8 mila sono donne, quindi circa uno su tre. Partendo da questa proporzione, le differenze aumentano in maniera verticale ad ogni passo in avanti lungo la scala gerarchica: dei ruoli semidirigenziali solo uno su sei è occupato da una donna, mentre salendo ai dirigenti, solo uno su dieci. Il dato mostra sproporzioni ancora maggiori analizzando lo spaccato dei diversi settori in cui le aziende operano: nell’alimentare, ad esempio, le donne impiegate sono circa il 40% del totale dei lavoratori, ma nessuna ha un ruolo dirigenziale, e solo un quadro su dieci è al femminile; va meglio nel metalmeccanico, dove almeno esistono donne dirigenti, anche se sempre in proporzioni nettamente incongrue (2,4% contro il 14,6 dei lavoratori totali). Nel settore bancario le cose migliorano nettamente, dove un dirigente su quattro è donna, ma sempre rispetto a un numero molto maggiore di addette, il 45% del totale. Guardando ai licenziamenti invece, dove presenti nell’ultimo biennio, quelli diretti a donne sono in netta maggioranza rispetto all’altro sesso, come nel metalmeccanico o nell’industria del legno, ma sono anche più le donne assunte rispetto agli uomini, nei settori che hanno avuto una crescita della pianta organica. Quest’ultimo dato è però positivo solo a metà, perché basta dare un’occhiata al fattore precarietà per rendersi conto che le nuove assunzioni sono legare a forme contrattuali atipiche e parasubordinate. Solo sette donne su dieci hanno un contratto indeterminato, mentre ce l’hanno praticamente circa la totalità degli uomini; sono invece 505 le donne a tempo determinato, e tutte assunte a part-time. Le trasformazioni di contratto rispettano la stessa traiettoria, i passaggi da tempo determinato a indeterminato per gli uomini sono il quadruplo di quelli delle donne, mentre il passaggio da tempo pieno a part-time nelle donne è il doppio che per gli uomini. E quando il contratto scade, una donna su due resta senza lavoro per mancato rinnovo. Le retribuzioni. Un uomo con la maturità guadagna come una donna laureata. E’ il dato disarmante che emerge dal “Gender pay gap”. Il 27% delle donne guadagna meno di mille euro al mese, cosa che accade solo per il 3% degli uomini. Il differenziale tra stipendi, essenzialmente copre in negativo un grado di istruzione: quindi un uomo con la scuola dell’obbligo guadagna come una donna con la maturità e avanti così fino in fondo alla lista. Il differenziale è stato riscontrato solo nel privato, mentre è praticamente azzerato negli uffici pubblici; se si considerano solo i contratti a tempo indeterminato la sostanza non cambia, quindi la discriminazione è a monte della forma contrattuale: una donna precaria guadagna meno di un uomo precario.
Alto Adige 23-11-12

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