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mercoledì 16 maggio 2012

LA POLITICA DELLE MOZIONI È SUPERATA



di Francesco Palermo
“Denunciare all’Antitrust i gruppi industriali operanti nel settore petrolifero per presunti cartelli di prezzi o prezzi concordati per benzina, diesel e gasolio da riscaldamento”. “Abolizione dell’addizionale regionale IRPEF”. “No all’inno di Mameli nelle scuole dell’Alto Adige”. “L’ASL deve assolutamente svolgere le proprie funzioni con efficienza e tempismo: inaccettabili rimborsi spese parziali per visite specialistiche esterne!”. “Rinuncia da parte dei componenti della Giunta provinciale alle autovetture di servizio fintanto che i prezzi dei carburanti non scenderanno sotto il livello del mese di giugno 2001”. Queste sono solo alcune delle più recenti mozioni presentate in Consiglio provinciale. Scorrerne la lista è una lettura utilissima per rendersi conto di cosa sia oggi buona parte dell’attività politica. Un susseguirsi di iniziative “a costo zero”, che ciascun eletto può presentare, indipendentemente dalla finalità: per convinzione, per farsi notare, per proporre qualcosa nell’interesse generale, per ribadire l’ovvio, per chiedere cose sacrosante ma inattuabili, per dire bestialità giuridiche, a volte perfino per suggerire buone idee. Ma tutto è mescolato insieme, in un minestrone indistinto, di cui però i legislatori (cioè le stesse persone che hanno presentato le mozioni) si devono occupare sapendo che non serve a nulla farlo. La mozione a firma di sette consiglieri (quelli di SüdTiroler Freiheit e dei Freiheitlichen) “Applicazione in Alto Adige del diritto all’autodeterminazione” è una costante che, con espressioni e firmatari diversi, viene da sempre presentata ad inizio di ogni legislatura, ed è approdata in via di urgenza in aula la settimana scorsa. Non c’è nulla di male, anzi è fondamentale che la democrazia preveda delle sedi in cui si possano avanzare idee e proposte, anche e soprattutto quelle politicamente scorrette. Anche se l’obiettivo non riguardava il merito della questione, ma serviva solo da trabocchetto politico per la SVP e come provocazione prima dell’adunata degli alpini. Trabocchetto a dire il vero molto ben rintuzzato dalla SVP, che ha colto l’occasione per ribadire la sua lealtà all’autonomia rebus sic stantibus. Un atteggiamento che, unito al buon esito dell’adunata, ha finito per giocare politicamente a favore della SVP e contro i proponenti. Tutto bene dunque? Sì e no. Sì perché l’effetto combinato dell’insuccesso della mozione e del successo dell’adunata ha mostrato che la nostra società è ormai largamente post-etnica. Non che gli equilibri nei rapporti tra i gruppi linguistici non siano importanti, anzi, ma non condizionano e non ossessionano più ogni aspetto della vita organizzata in Alto Adige. Dimostrano come sia venuto meno quello che è stato definito “effetto Re Mida etnico”, per cui ogni cosa assumeva profili e connotazioni di tipo etnico. E che i problemi della nostra realtà attuale sono altri. No perché proprio la dimostrazione plastica della presenza di altri problemi mostra che gli strumenti che abbiamo a disposizione per affrontarli sono poco moderni. Per portare questioni più o meno importanti (e abbiamo finalmente visto che l’autodeterminazione rientra nella seconda categoria) all’attenzione dei decisori politici bisogna purtroppo affidarsi ancora alle mozioni consiliari. Il cui valore giuridico è pressoché nullo e che avevano un senso nel parlamentarismo degli inizi, in cui le assemblee erano reali veicoli di informazione e sollecitazione dei governi. Oggi si tratta di strumenti romantici, quasi patetici, a fronte della mancanza di altre modalità per consentire alla società di far sentire la propria voce nei centri di decisione politica. Una mancanza che genera spesso lobbismo e talvolta perfino corruzione e altri comportamenti illeciti. In molti Paesi si stanno introducendo, specie a livello regionale, istituti simili alle mozioni, a disposizione però dei singoli cittadini. Come per le mozioni, in molti casi si tratta di tempo perso, ma a volte ne nascono proposte intelligenti, e soprattutto si evita il ricorso all’intermediazione da parte dell’eletto e si mette in moto un circuito sano tra società e politica. La mozione sull’autodeterminazione ha riprodotto i vecchi schemi sia nel merito (bandiere e ingiustizie storiche, con qualche riferimento approssimativo e superficiale al Kosovo, alla Groenlandia e alla Scozia) sia nel metodo (utilizzo strumentale per semplice interesse politico contingente di un tema di per sé importante). C’è da sperare che sia l’occasione buona per iniziare a riflettere sull’introduzione di strumenti partecipativi e sulle modalità per rendere più utili istituti importanti ma vetusti. E che la politica si renda conto che la modernizzazione degli strumenti di governo è condizione indispensabile alla sua stessa sopravvivenza
Alto Adige 16-5-12

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