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mercoledì 16 maggio 2012

I frutticoltori non hanno brividi (di paura)



Sospiro di sollievo in Bassa Atesina: messo alle spalle senza danni il periodo dei “Santi del ghiaccio” 

di Bruno Tonidandel
BASSA ATESINA É davvero un gran sospiro di sollievo, quello che hanno potuto tirare i frutticoltori della Bassa Atesina, ma volendo vedere a più ampio raggio provinciale anche quelli del Meranese e delle vallate venostana e dell’Isarco. Un sospiro di sollievo, perchè i cosiddetti “Santi del ghiaccio” hanno... tolto il cappello, se ne sono andati. E con loro anche il pericolo delle tanto famigerate gelate notturne, una delle principali minacce, con la grandine, ai frutteti e ai vigneti durante il loro primo stadio di vegetazione. D’ora in poi non si registreranno più nelle vallate altoatesine repentini abbassamenti di temperatura; insomma, l’estate è da considerare quasi dietro l’angolo. San Pancrazio, San Servazio, San Bonifacio e Santa Sofia (in alcune zone si aggiunge anche San Mamerto), appunto i “Santi del ghiaccio”, posti in calendario rispettivamente il 12, il 13, il 14 e il 15 maggio, sono passati, seppur di poco, e secondo la tradizione dei contadini dell’Europa centro-settentrionale, è scongiurato il pericolo delle gelate notturne. Questo non vuol dire che il raccolto, prevalentemente delle mele e dell’uva, sia salvo. Mancano ancora oltre tre mesi allo stacco delle mele e alla vendemmia e i pericoli, sotto forma soprattutto delle grandinate, sono sempre in agguato. Intanto però l’incubo dei ritorni di freddo è passato senza lasciare quasi traccia. Ed è andata abbastanza bene, almeno per le colture della Bassa Atesina: solamente in una notte il termometro è sceso sotto lo zero e sono risuonate le sirene. E’ stato la notte fra la Pasqua e la Pasquetta, fra l’8 e il 9 aprile, che si è registrata un’ondata di freddo e che ha costretto i frutticoltori ad azionare gli impianti antibrina. Chi non l’ha fatto, rimanendo a poltrire a letto, ha subito qualche danno soprattutto ai meli. Ma il gelo non ha colpito duramente anche perché le gradazioni sono scese al massino fino a meno 3 gradi. La tradizione dei “Santi del ghiaccio” si perde nella notte dei tempi. E trova origine da antiche osservazioni dei contadini, appunto dell’Europa centro-settentrionale, ma anche da studi scientifici, visto che da sempre, attorno a metà maggio si registra un forte calo di temperature, proprio in corrispondenza della sesta settimana dall’equinozio di primavera e più precisamente nelle date dell’11, 12, 13, 14 e 15 maggio, che corrispondono proprio ai santi in questione. Al fenomeno sono anche state date delle spiegazioni scientifiche: sarebbe infatti dovuto ad uno “scontro” anticiclonico e allo scioglimento dei ghicci in montagna. Questo ritorno dell’inverno in piena primavera pare avesse una sua validità soprattutto prima della riforma gregoriana del calendario del 1582, riforma che ha spostato in avanti le date del calendario giuliano. In ogni modo il fenomeno dei ritorni di freddo in corrispondenza dei “Santi del ghiaccio” è radicato nella cultura contadina tanto che non mancano i proverbi. In francese si parla di “Saints de glace”, in tedesco di “Eisheiligen” o “Eismänner”. Nel nord Italia è in voga il proverbio “A mezzo maggio coda dell’inverno”; nel Veneto “Maggio, per quanto bello, di ghiaccio ne ha in serbo sempre un granello”. In Germania, non è difficile sentire questi detti contadini: “Pankraz, Servaz, Bonifaz machen erst dem Sommer Platz” ovvero “Pancrazio, Servazio e Bonifacio fanno posto all’estate” oppure “Vor Servaz kein Sommer, nach Servaz kein Frost” cioè “Prima di San Servazio niente estate; dopo San Servazio, niente gelo”. Simpatico anche il proverbio inglese che tradotto recita: “Chi tosa la sua pecora prima del giorno di San Servazio, ama la sua lana più della sua pecora”.

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