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domenica 21 ottobre 2012
Il pacifista cinese che sfida la Cina
Lo scrittore dissidente rifugiato a Berlino ha ricevuto il Premio per la Pace dei Librai tedeschi
di Giorgio Jellici
BOLZANO Liao Yiwu (54 anni), lo scrittore e dissidente cinese (da non confondere con il cinese Mo Yan, ultimo Nobel per la letteratura,) è stato insignito nei giorni scorsi del Premio per la Pace dei Librai tedeschi. Come ogni anno, dal 1950, a chiusura della Mostra Internazionale del Libro di Francoforte, l’ambiente letterario mondiale guarda alla città sul Meno, perché lì, nella famosa Paulskirche (che accolse nel 1848 la prima Assemblea parlamentare degli Stati tedeschi), alla presenza delle massime autorità politiche e culturali e d’un pubblico d’invitati, viene assegnato il più prestigioso premio della cultura tedesca, a una personalità della letteratura, della scienza o dell’arte la cui opera spicchi non solo esteticamente, ma anche come apporto alla pace e all’intesa dei popoli. Nella lista dei laureati si leggono i nomi di Albert Schweitzer, Václav Havel, Amos Oz, Hans Jonas, The Club of Rome, Yehudi Menuhin, Susan Sontag, Claudio Magris, Jorge Semprún, David Grossman, Vargas Llosas e via di questo calibro. Liao Yiwu, il premiato di quest’anno, non mostra troppa simpatia per il connazionale Mo Yan. «Per noi Mo Yan rappresenta l’apparato statale oppressore. La sua letteratura sarà pregevole, ma non ha nulla a che fare con la verità, né con l’umanità. Per me viene prima la verità, poi la letteratura». Nel 1989, Liao Yiwu, trentunenne, alla vigilia della carneficina sulla Piazza Tian’anmen di Pechino, scrisse, quasi da veggente, una ballata, “Massacro”, che annunciava ciò che sarebbe accaduto il giorno dopo, quando le truppe del regime massacrarono a fucilate e cannonate più di duecento giovani dimostranti. Liao Yiwu incise la ballata su un nastro e le copie furono distribuite clandestinamente in tutto il Paese. E quel canto straziante divenne il testo simbolico della protesta soffocata nel sangue. Liao Yiwu fu arrestato. Segregato per quattro anni nel Gulag della Cina, un inferno di luridume, fame ed inaudita brutalità. Il suo martirio è raccontato nel romanzo “Per un canto e cento canti”, nel quale, senza omissione di dettagli, l’autore descrive le sevizie che i carnefici infliggono a uomini stipati in celle di venti metri quadri. Nel 1989 Liao Yiwu riacquista la libertà. Riesce ad espatriare, anche grazie all’intervento di Angela Merkel, e si rifugia a Berlino, ora sua patria d’adozione. Frattanto in Cina è vietato anche solo pronunciare il suo nome. Liao Yiwu, nella Paulskirche, pronuncia - in cinese ! - il suo discorso di ringraziamento. Ma all’inizio di ogni nuova fase del testo, ripete una frase, in tedesco. Una frase che suona come una maledizione: “Quest’impero deve sfasciarsi”. Per Liao Yiwu il Reich cinese è corrotto, opprime, imprigiona e tortura, inquina i fiumi, impesta l’aria, avvelena il cibo e l’acqua e fa lavorare gli operai nelle fabbriche come macchine. È un impero già incrinato. Tenuto insieme solo dalla bramosia di profitto. I valori tradizionali sono svaniti. E le grandi compagnie occidentali non esitano a stringere la mano ai funzionari venduti e agli speculanti, pur di concludere i loro affari, pur di non perdere il mercato. La tirannide opprime anche altri popoli, i Mongoli, gli Uiguri, i Tibetani, i cui monaci seguitano a bruciarsi in pubblico per protesta. Liao Yiwu ripete, senza fare concessioni, che per il bene dell’umanità il grande impero si deve sfasciare e termina il proprio j’accuse modulando un canto in toni bassi, gutturali e poi acuti, accompagnandosi, come un aedo, con uno strumento a percussione cinese. È una sua lirica in onore delle madri che persero i figli sulla Piazza Tian’anmen. Un lamento che fa fremere tutta la Paulskirche. Quando il canto cessa, seguono attimi di stupore. Di silenzio assoluto. Poi scoppia l’applauso di solidarietà.
Alto Adige 21-10-12
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