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martedì 25 settembre 2012

L’HANDICAP GLI OSTACOLI LA FAMIGLIA


di Luigino Scaggiante
Uno dice “barriere” e il pensiero va subito a quelle architettoniche. Ma l’aveva già capito benissimo Albert Schweitzer tanti e tanti anni fa (Kaysersberg 1875 – Lambaréné 1965, medico, teologo, musicista e missionario luterano tedesco, alsaziano di origine francese) che le barriere vere sono altre. Soprattutto culturali. Lui, uomo intelligente, acculturato e disposto a cercare di capire oltre tutto ciò che rientra nella normale consuetudine, rivoluzionò ad esempio il concetto stesso d’ospedale. In Africa, dalla terra dove tutti noi proveniamo (altro concetto mica facile da far proprio), imparò che non è il solo malato da curare, ma tutta la sua famiglia. Noi che abbiamo invece tenuti sempre ben separati i malati dai loro famigliari – tranne che per un paio di ore al giorno – stentiamo ancora oggi a capire quanto una vera malattia colpisca non solo il singolo ma, con percentuali altissime, l’intero nucleo famigliare. Nel caso dei portatori d’handicap, soprattutto mentali più che fisici, il concetto addirittura si estremizza. Fino ad erigere barriere con altissimo rischio ghettizzazione. E’ la storia a dirci come l’inclusione nel mondo reale dei diversamente abili sia più un auspicio che una realtà anche se – onestà intellettuale lo impone – molti sono gli sforzi che si stanno compiendo per arrivare ad un’inversione di rotta. E’ naturalmente, come quasi sempre accade, il “costo” di questa operazione a fare da discrimine anche se, a ben guardare, il problema è, alla fine, “solo” un problema di civiltà. Banalizzando, tristemente, si può addirittura risfruttare lo slogan : “L’handicappato dove lo metto?” Se vogliamo evitare di continuare a girare attorno alle possibili soluzioni dobbiamo rispondere al quesito, talvolta drammatico, del diritto alla felicità che, si badi, non riguarda solo il singolo portatore di handicap ma coinvolge l’intera cerchia dei famigliari. E torniamo, come vedete, di nuovo all’intuizione di Schweitzer. La soluzione, vera, non è curare solo il malato ma guidare-accompagnare-stimolare-sostenere chi fa parte della vita stessa del malato. In una parola, la sua famiglia. O, più correttamente, la società che altro non è che un’estensione della famiglia. Tanto più che tentando qualche approfondimento si scopre come le barriere, che condizionano i più, sono una ragnatela quasi infinita. Proviamo, ad esempio, a pensare a quelle educative. Dov’è il confine ? Perfino per noi catalogati come normodotati è una linea elastica. Nel senso che più studiamo e apprendiamo e più scopriamo di non sapere. E’ un po’ come andare in montagna e, salendo, scoprire che il giro d’orizzonte si allarga fino a diventare infinito. Prendiamo un attimo in considerazione le barriere economiche. Qual è il vero minimo vitale? Per la nostra parte prettamente “animale” è un conto facile: tot calorie, tot indumenti, tot metri quadrati a disposizione, eccetera. Per i disabili mentali questo minimo, chiaramente, va rimodulato. Rivisto. Adattato. Personalizzato. Sempre che non si voglia mettere in discussione il nostro livello di civiltà. Capite vero dove rischiamo di scivolare? Perché, come per tutti i malati, ma in particolare per i disabili mentali, è necessario occuparsi di qualcosa che va oltre il cibo, oltre l’abbigliamento, fino ad affacciarsi alla porta con l’insegna “diritto alla felicità “. Chi la può varcare? Chi vi ha accesso? Naturalmente nessuno vuole fare il sofista. Difficilmente anche noi normodotati riusciamo a conquistarci la nostra fetta di felicità, ma il problema è un altro. Pensiamo davvero che una persona possa essere felice se non ha un ruolo, se non ha un’occupazione, se non impara a sentirsi vivo? E siccome un disabile mentale può essere nostro figlio, nostro fratello, può diventarlo nostra madre o nostro padre, cosa facciamo? E ritorniamo ancora alle priorità fondamentali, al discorso sulla civiltà. Che va a scontrarsi, sistematicamente, con le barriere istituzionali. Erette dalla nostra società civile. Capite? Comunque la giriamo è solo un problema di civiltà. In quale vogliamo vivere? E’ “solo” una nostra scelta. Dipende solo dalle priorità che facciamo nostre. E, visto che la speranza – come l’impegno – non può avere mai fine, eccovi un passaggio di uno dei più belli degli articoli scritti durante l’Olimpiade di Londra e che racchiude un dono per tutti i disabili: la consapevolezza d’essere dispensatori di forza morale: “Presto ogni deficit di natura o di accidente sarà almeno in superficie risolto, ogni limite congenito o dettato dalla sorte sarà colmato. Ma non credo che le persone diversamente abili abbiano bisogno di questo. Hanno già adesso, qui e ora, molti modi di mettere la loro forza morale al servizio della comunità, o anche solo di se stessi” (Aldo Cazzullo)
Alto Adige 23-9-12

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