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venerdì 29 giugno 2012

Abuso del gioco d’azzardo. «Cara Chiara, aiuteremo tuo marito»


Guerreschi (Siipac): una situazione pesante, la moglie di un giocatore compulsivo è una vittima della dipendenza 

di Davide Pasquali
BOLZANO «Cara signora Chiara, siamo pronti a dare una mano, gratuita, sia a suo marito che a lei». Dopo la straziante lettera scritta al giornale da una moglie e madre bolzanina, disperata perché il marito sperpera tutti i denari di famiglia in gioco d’azzardo, il presidente della Società italiana intervento patologie compulsive, Cesare Guerreschi, lancia il suo salvagente. «Al contrario di ciò che si ritiene comunemente, non solo soffrono per la situazione, ma i familiari dei malati di gioco sono essi stessi dipendenti dal gioco. In gergo si parla infatti di co-dipendenza. Se vogliono, siamo pronti ad accogliere Chiara e il marito per iniziare una terapia ad hoc. Da noi o da altri, ma facciano presto, la situazione è già fuori controllo. Il marito, da solo, non ne uscirà. E l’amore della famiglia non basta». Guerreschi, in dieci anni di attività specifica, assieme ai suoi collaboratori, ha assistito oltre un migliaia di persone. Non solo giocatori, ma pure familiari. «Non è un fenomeno, ma una vera e propria patologia, siamo in una situazione di duplice patologia. Il familiare, specie la moglie, inconsciamente soffre la medesima dipendenza, fornendo gli strumenti, la possibilità di continuare a giocare». Ossia il denaro. «Molto spesso, le mogli vengono ricattate, a volte anche in maniera pesante, si può arrivare anche agli estremi fisici. Si tratta però più spesso di ricatti psicologici: “Dammi i soldi, vedrai che è l’ultima volta, poi smetto, poi faccio tutto quello che vuoi”». In tal modo, «si crea una sorta di miraggio da parte del familiare: pensa che un giorno chi è giocatore ne uscirà e, se è per l’ultima volta, perché non aiutarlo. Il giocatore però è abile, sa come manipolare. E sa benissimo che non è l’ultima volta e non lo sarà né domani né dopodomani». Per questo, Guerreschi invita la signora Chiara a entrare in terapia, da subito: «Siamo già troppo avanti. Non è un qualcosa da rimandare al prossimo anno; lui continuerà a giocare, costi quel che costi, né varranno remore etiche o morali. Il giocatore è arrogante, non è umile, continua, va sempre alla ricerca, spasmodica, ossessiva, del denaro per poter giocare. E qualsiasi ostacolo si frapponga lo scavalca, per arrivare all’azzardo». Molti familiari ne sono convinti, «dicono “il nostro amore ci salverà”, ma non si salveranno. Precipiteranno sempre più in basso. Per evitarlo, devono farsi aiutare». Altrimenti, non è escluso che l’uomo sparisca da casa, «per rifarsi vivo solo quando i soldi saranno terminati». Al proposito, Guerreschi ammonisce: «Mogli e mariti, attenzione: se vi accorgete che un giorno sì e uno no, o uno sì e due no, spariscono dei soldi dal conto in banca, c’è qualcosa che non funziona». Meglio farsi aiutare prima, anche nel dubbio, che dopo, quando è tardi. Guerreschi racconta infine che negli ultimi tempi, vista la drammaticità del fenomeno azzardo, si stanno moltiplicando i gruppi di aiuto ai familiari, anche a Bolzano, pure con il coinvolgimento dei figli, anche se in giovane età. «Capiscono più di quanto si creda, e perché la terapia funzioni, si devono aiutare tutte le persone coinvolte, il giocatore e tutti i familiari». 
Alto Adige 29-6-12

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