"Materiale ben raccolto e ordinato può valere quanto una storia scritta" L'attenzione più autentica siamo noi
Informazioni personali
- apritisangia
- Il presente sito non costituisce testata giornalistica, non ha, comunque, carattere periodico ed è aggiornato secondo la disponibilità e la reperibilità dei materiali ivi contenuti. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001
martedì 8 maggio 2012
IL REFERENDUM STRUMENTO DA RINNOVARE
di Francesco Palermo
Domenica, mentre si votava per importanti elezioni in Francia, Grecia, Serbia e Germania, e per le amministrative in molte regioni italiane, in Sardegna si sono consultati gli elettori su ben dieci questioni relative allo statuto di autonomia e all’assetto istituzionale dell’isola. Il referendum, definito “anti-casta”, mirava all’abrogazione delle nuove (scandalose) province istituite dalla regione nel 2001, e a conoscere l’orientamento dei cittadini per l’abolizione anche delle quattro province “storiche” (Cagliari, Sassari, Nuoro e Oristano), per ridurre il numero dei consiglieri regionali e per eleggere un’assemblea costituente per scrivere il nuovo statuto regionale. Il quorum era al 33,3%, ed è stato raggiunto. E naturalmente la gran parte dei votanti si è espressa contro le province, per la riduzione dei consiglieri e per l’assemblea costituente. La domenica precedente, nella Provincia di Trento, si è votato per un referendum che chiedeva di abolire le Comunità di valle, un contestato per quanto interessante organismo intermedio tra la Provincia e i comuni. Il quorum per validità della consultazione era del 50%, la data del voto piazzata nel mezzo di un ponte festivo, così la partecipazione al voto è stata bassissima, quasi tutti i votanti si sono espressi per l’abolizione e il risultato raggiunto è stato da un lato che l’abolizione non c’è stata, e dall’altro che le comunità sono politicamente defunte. Il referendum è il contropotere democratico per eccellenza, è un istituto indispensabile, anche se il suo utilizzo si presta a molti abusi e deviazioni, ad esempio intorno al quorum di partecipazione che si richiede o alla data di convocazione, questioni su cui si giocano sempre partite di potere. Ma soprattutto il referendum non si discosta dalla logica semplificatoria che caratterizza anche la democrazia rappresentativa. Tale logica (ci si conta e la maggioranza vince), è stata per secoli la soluzione. Oggi sta iniziando ad essere il problema. Non certo perché se ne possa fare a meno. Ma perché occorre rapidamente integrare questi strumenti con altri in cui si decida in modo diverso: per consenso, per razionalità tecnica, per fasi. Le decisioni a maggioranza sono fondamentali, possono essere anche la regola, ma vanno circoscritte, e non si può più pensare che vadano bene in ogni ambito e in ogni stagione. Questa idea non è né rivoluzionaria né originale. Risale a quando si è inventata la separazione dei poteri: il legislativo doveva decidere a maggioranza in base a criteri di opportunità politica, l’esecutivo doveva operare all’interno di schemi e passaggi predeterminati (il procedimento) che riducessero al minimo l’arbitrio, e il potere giudiziario doveva essere la sede della razionalità. Il problema oggi è che il mondo è troppo articolato, le conoscenze troppo sviluppate, gli interessi troppo compositi, l’informazione troppo diffusa, e tutto questo fa emergere la rozzezza delle decisioni a maggioranza e basate solo sulla logica politica. Il referendum diviene strumento di opposizione politica, non di integrazione del consenso. Il ricorso alla magistratura è anch’esso una forma di veto, il potere politico si è spostato negli esecutivi e le amministrazioni sono sempre più invischiate nella degenerazione della procedura: la burocrazia. A cosa serve un referendum per sapere se la maggioranza vuole eleggere un’assemblea costituente sarda, quando anche una tale assemblea funzionerebbe con le stesse logiche del normale consiglio regionale? Non conviene piuttosto pensare ad un organismo misto, politico e tecnico, che lavori con logiche diverse da quelle di un’assemblea politica? Senza contare che le maggioranze (elettorali e referendarie) sono concetti relativi: dipendono dai sistemi di calcolo (le varie formule elettorali), dal quorum, dall’informazione, dalla data di celebrazione, e da mille altre variabili. Insomma, c’è bisogno di strumenti decisionali nuovi non per sostituire, ma per affiancare quelli tradizionali e aiutarli a funzionare meglio. Strumenti che non contrappongano democrazia rappresentativa e democrazia diretta, ma le uniscano e le integrino con nuove forme di partecipazione. Le due gambe tradizionali (democrazia rappresentativa e democrazia diretta) sono necessarie, ma non più sufficienti. In un mondo in cui i progressi della tecnologia, della medicina, delle scienze, e anche del diritto sono rapidissimi, non si capisce perché la politica debba continuare ad operare con strumenti vecchi di secoli. O forse si capisce benissimo, ma allora non ci si può stupire della cd. “antipolitica”: sarebbe come, nell’era di internet, lamentarsi del clima ostile al telegrafo.
Alto Adige 8-5-12
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento