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venerdì 25 maggio 2012
«I predatori non sono killer immorali»
La sofferenza degli animali, dal punto di vista della Bibbia, è un mistero che coinvolge “vittime e carnefici” allo stesso modo e che responsabilizza l’uomoUn carnivoro non è mai feroce, la ferocia è una categoria che attiene alla sfera dell’etica e come tale riguarda solo il comportamento umano
di Mauro Fattor Molti meccanismi di interazione tra uomo e animale si giocano a livello di proiezione simbolica. Si tratta per lo più di processi di identificazione, che possono essere anche molto forti ed efficaci. Facciamo un esempio: un cervo finisce in mezzo ai tavolini dei bar, in mezzo alla città, come è accaduto a Bolzano, pochi anni fa. E' impaurito e disorientato, ne combina di tutti i colori e alla fine viene abbattuto. In questo caso il processo di identificazione è immediato e intuitivo. Il cervo fugge verso la libertà, contro tutti. Quel cervo siamo noi in fuga dai creditori, dalle insidie, dalle difficoltà della vita. Tutti stanno dalla parte del cervo. Su 38 lettere pubblicate dal giornale "Alto Adige" in quel periodo, solo una sottolineava la situazione di rischio oggettivo costituita da una animale di 200 kg, terrorizzato a spasso per le vie del centro. Bene, questo processo di identificazione così limpido e immediato, difficilmente avviene coi predatori. Perchè chi legge di un orso che uccide asini a raffica, come accade in questi giorni in Val Rendena, entra in una specie di cortocircuito emotivo che raffredda i processi identificativi alimentando quella che un grande etologo come Hans Kruuk chiama la "sindrome del killer immorale". L'orso diventa cattivo due volte: perchè uccide e perchè le sue vittime non sono anonime. Sono l'asino "Beppo". O l'asino "Cirillo". Sono asini con il nome. E' questo che conferisce loro individualità, personalità. Sono animali che hanno una storia, interagiscono con i loro proprietari, fanno parte in qualche modo del consesso umano. L'orso no. E' un killer senza nome, senza storia, senza identità. Quando entra in scena per lui non ci sono né "Beppo" né "Cirillo". Ci sono solo asini che pascolano senza alcuna protezione, come fosse un ristorante all'aperto. In questa asimmetria di fondo stanno i termini del cortocircuito emotivo su cui poi, volendo, è sin troppo facile ricamare. L'orso uccide e non chiede permesso. Colpisce e porta dolore. Ed è proprio questo è il nodo da sciogliere nel nostro rapporto con i predatori: la necessità di confrontarsi con la morte e con il dolore. Ne abbiamo parlato con Paolo De Benedetti, biblista e teologo, lo studioso che più di ogni altro in Italia ha esplorato il rapporto uomo-animale proprio da questo punto di vista. Quando un predatore colpisce sono diversi i dolori che si intrecciano. C’è quello dell'animale vittima della predazione, quello del suo proprietario, quello di una comunità che si sente violata. Ne manca uno. Quello del predatore stesso, dell'orso, nel nostro caso. In che senso? La condizione esistenziale del predatore è quella di essere vincolato, per sopravvivere, al ciclo del dolore. Questo vale meno per l'orso che è più onnivoro che carnivoro, e più per altre specie come la lince che, non a caso, gli etologi chiamano "carnivori obbligati". Non è una questione da poco perchè, dal punto di vista strettamente teologico, l'irruzione del dolore nel mondo animale, in tutte le sue forme, rappresenta un mistero. Perchè un mistero? Perchè se prendiamo come punto di partenza il mito del Paradiso terrestre, tutte le disgrazie e i mali che vengono all'uomo, morte compresa, sono presentati come conseguenza del peccato originale, mentre i mali che travolgono gli animali non sono riconducibili ad alcun peccato da essi commesso. Il regno animale dunque è in rapporto con l'uomo sia in quanto essere vivente, sia perchè viene travolto, inconsapevolmente e senza colpa alcuna, dal peccato dell'uomo. Gli animali sono vittime del peccato dell'uomo e gli uomini ne portano la responsabilità. Questo sposta in qualche modo l'asse del giudizio? Naturalmente sì. L'ideale del mondo edenico, cioè dell'Eden prima del peccato originario, è quello di un mondo in assoluta armonia, totalmente estraneo a logiche di tipo predatorio. Semplificando: è un mondo di vegetariani, non di carnivori. Il consumo di carne arriva come decadimento dopo il peccato originale, come ferita dell'armonia primigenia. Da questo punto di vista uomini e orsi sono fratelli, condividono lo stesso destino e sono molto più affini di quello che potrebbe apparire a prima vista, proprio perchè entrambi uccidono e mangiano carne. Non può non colpire però la ferocia con cui in questi giorno l'orso ha condotto alcuni attacchi sugli animali al pascolo. Un orso, un lupo, ma anche un leone o una tigre non sono mai feroci. Possono essere imprevedibili, persino pericolosi, ma non si deve confondere la pericolosità con la ferocia. Non ha nessun senso indulgere in particolari cruenti dell'azione predatoria come spesso capita di leggere in certe cronache, quasi a sostenere la natura "maligna" dei predatori. La ferocia è un concetto che attiene alla sfera dell'etica, cioè ad un ambito in cui colui che compie un'azione ha una possibilità di scelta circa le proprie modalità di comportamento. E questo non è certamente il caso dell'orso, che segue la sua natura animale. Paradossalmente l'unico essere vivente che può essere legittimamente tacciato di "ferocia" o "bestialità" è l'uomo. Perchè ha raziocinio e facoltà di orientare i propri comportamenti in base a decisioni consapevoli. Resta il fatto che la Bibbia mette l'uomo all'apice della creazione e al centro dell'Universo, marcando una differenza rispetto a qualsiasi altra forma di vita. Gli animali sono al servizio dell'uomo, dunque l'uomo ha diritto di uccidere e di cibarsi di carne, così come ha diritto di difendere le proprie bestie dagli attacchi dell'orso. Non è questo che dice la Genesi e la centralità dell'uomo non va intesa in questo senso. Questa è una semplificazione di comodo anche se gode ancora, diciamo così, di una certa popolarità. Nella Genesi ogni passo della creazione è accompagnato dalla frase "Dio vide che era cosa buona". E quindi: Dio creò le stelle "e vide che era cosa buona"; creò il mare, la terra "e vide che era cosa buona", creò le piante e gli animali "e vide che era cosa buona". Poi arriva all'uomo, creato a propria immagine e somiglianza. A questo punto la Genesi però non dice "Dio vide che era cosa buona". E' evidente che Il giudizio sull'uomo è sospeso. E da cosa dipende il giudizio? Da questo passo: "Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse". Il compito dell’uomo è quello di custodire il dono di Dio, il creato, riconoscendo in esso la Sua opera. La centralità biblica dell'uomo non va intesa dunque come dominio, ma come responsabilità. Per ritornare al tema che ci è caro, l'uomo è responsabile e garante allo stesso modo della propria vita, di quella dell'asino e di quella dell'orso. Con ciò ritorniamo al tema iniziale dell'"innocenza" degli animali, predatori compresi. Quella che serve dunque è un'etica della responsabilità verso il vivente". La tradizione cattolica aiuta in questo? La Chiesa cattolica, con le splendide eccezioni di San Francesco e dei Padri del Deserto che prendevano in braccio i leoni, purtroppo, anche a causa dell'influsso neoplatonico, ha dimostrato una storica insensibilità rispetto a questi temi. C'è bisogno di nuove teologie? Direi di sì, e devo dire che in questi ultimi anni sono stati fatti importanti passi avanti. C'è bisogno di una nuova "Teologia del Creato", una teologia che veda il Creato come mio prossimo. Orso compreso? Orso compreso. Magari con difficoltà, in modo imperfetto, come sempre accade per le cose di questo mondo, ma la strada di una convivenza tra uomini e predatori è quella giusta. Una convivenza che è possibile e che, dal punto di vista dottrinale, va considerata alla stregua di un obbligo morale. Insomma, servono tanto fede e intelligenza, quanto compassione e pazienza. Ma si può fare”.
Alto Adige 25-5-12
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