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giovedì 10 maggio 2012
Alpini e Schützen così uguali e così diversi
Entrambi fanno un uso selettivo della memoria ma i loro nazionalismi per molti versi sono alternativi
di Mauro Fattor
Virilità, militarismo e l’idea di marciare. Marciare per esistere, per affermare la propria presenza e la propria forza. In tedesco suona molto meglio, sono tre MMM di Männlichkeit, Märsche e Militaria . Di tutto questo e di altro ancora si è parlato qualche giorno fa in un convegno organizzato dall’Archivio storico del Comune di Bolzano, uno dei rari momenti di approfondimento nella grande abbuffata alpina di questi giorni. A fare gli onori di casa il direttore dell’Archivio Hannes Obermair e tra i relatori nomi prestigiosi come quello di Lucy Riall dell’Università di londra, Marco Mondini della Fondazione Kessler e Hans Heiss, docente di Storia all’Università di Innsbruck. Particolarmente interessante la relazione di quest’ultimo che ha messo a confronto Alpini e Schützen. L’abbiamo intervistato. Analogie e differenze. Partiamo dalle prime. Cosa hanno in comune Alpini e Schützen? Sono, per così dire, “truppe di occupazione”. In senso simbolico, ovviamente. Gli uni e gli altri marciano volentieri e marciano per segnare dei confini invisibili, per marcare il territorio, per segnare un’appartenenza. È un messaggio rivolto all’esterno, la cui ricaduta deve durare nel tempo, anche a marcia conclusa. Hic manebimus optime, insomma. Tutto questo assume una valenza ancora maggiore in Alto Adige, dove la consuetudine a una suddivisione del territorio su base sociale ed etnica è molto radicata in tutti i gruppi linguistici. E poi c’è il culto della storia e della tradizione. Esatto. Anche qui il parallelismo tra alpini e tiratori è forte. Le modalità di confronto col passato, col proprio passato, sono le medesime e si muovono su un doppio binario. Da una parte la centralità del proprio ruolo di vittime sacrificali. Per questo i miti fondativi degli uni e degli altri si radicano con maggiore efficacia nelle sconfitte. Per gli Schützen il focus naturalmente è il 1809 e la guerra perduta contro le truppe napoleoniche, mentre per gli Alpini ci sono l’Ortigara e il Don. Questo è il primo aspetto, e il secondo? Il secondo è un approccio selettivo alla memoria. Gli uni e gli altri tendono a rimuovere le pagine nere della propria storia. Gli Alpini le guerre coloniali da Adua 1896 fino all’Etiopia 1935 e la partecipazione attiva alla brutale repressione contro la popolazione civile in Grecia e in Russia, a fianco delle truppe tedesche. Gli Schützen invece evitano accuratamente di fare i conti con le modalità della propria rifondazione, nel 1958, avvenuta ad opera di uomini come Alois Pupp o August Pardatscher legati a filo doppio col nazismo e le SS. Dove si fermano le analogie tra Alpini e Schützen? In cosa si differenziano? Nell’idea di nazionalismo. Intendiamoci, entrambi lo sono, ma in maniera diversa. Quello degli Alpini è un nazionalismo inclusivo, che tende ad integrare, quello dei tiratori è l’esatto contrario, è polarizzante. Questo è il risultato di un percorso storico molto diverso. Nell’Italia postrisorgimentale agli alpini è stato affidato, in qualche modo, un ruolo aggregante. Per superare il tradizionale municipalismo italiano condito da un inguaribile familismo, e iniziare a pensare invece come “Nazione”, gli alpini sono stati sovraccaricati in senso simbolico. Da ciò l’esaltazione del carattere interclassista, transregionale, transgenerazionale - veci e bocia, per intenderci - assistenziale come protezione civile, e quindi “universale” in senso identitario nazionale, del corpo. Quello che succede da noi con il gigantismo dell’adunata nazionale, non ha analogie da nessun’altra parte in Europa, neppure in Stati come la Germania o la Francia dove il reducismo ha solide radici. Cosa significa in termini concreti? Gli alpini e tutta la retorica sugli alpini, al di là degli indubbi meriti conquistati sul campo in questi anni, stanno lì a denunciare uno spaventoso deficit di società civile a livello nazionale. Le penne nere colmano in qualche modo questo deficit, ma è ovvio che lo fanno con tutti i limiti di una struttura che per sua natura ha un’impostazione militare o militaresca. In sintesi: quello degli Alpini è un nazionalismo che guarda alla società civile, potremmo dire “civilizzato”, ma non è e non potrà mai essere un nazionalismo civile, che è un’altra cosa. Qualcosa comunque di molto diverso dal nazionalismo degli Schützen. Non c’è dubbio. Gli Schützen hanno una percezione di sé come punta avanzata del patriottismo tirolese e non giocano alcun ruolo di integrazione e di amalgama della società altoatesina. Neppure hanno l’ambizione di farlo. Non cercano, come fanno gli alpini, di smussare. Al contrario hanno un ruolo polarizzante che deriva dalle funzioni di stimolo, di monito, di richiamo costante nei confronti di una società e di una classe politica inclini a dimenticare i “valori dei padri”, senza curarsi minimamente degli eventuali effetti disgreganti che questo può avere sulla società nel suo complesso. Con una metafora culinaria potremmo dire che vogliono essere il lievito e non la panna. Del resto, etologicamente parlando, basta guardare anche il modo di marciare. Quello degli Alpini non è un incedere marziale, quello dei tiratori sì. Sotto i piedi hanno suole dure.
Alto Adige 10-5-12
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