Mentre a Bolzano una donna è morente all'ospedale colpita a martellate dal marito, un'altra a Trento esce dal silenzio della subalternità e racconta ai carabinieri anni di convivenza e di maltrattamenti. Tutto questo quando sono trascorse ventiquattr'ore appena dalla giornata di domenica 25 novembre “contro la violenza sulle donne”, col dato mostruoso di 130 donne uccise all'anno, una ogni tre giorni.
Una punta di un iceberg invero, visto che il maggior numero di interventi delle forze dell’ordine (più di tre al giorno solo a Trento) avvengono per sedare i litigi negli interni famigliari, per lo più, ovviamente, a scapito delle donne. Attorno a questi dati è stata celebrata la giornata “contro” di cui dicevo che ha messo in evidenza, sinteticamente, tre indicazioni/parole d’ordine: l’importanza che le donne abbiano a denunciare subito le prevaricazioni (e non dopo cinque, dieci, vent’anni); la necessità che forze dell’ordine, magistratura, legislatori pongano più attenzione e competenza nel recepire e trattare le denunce delle donne; gli investimenti che lo Stato e gli enti locali devono disporre per favorire centri anti-violenza, alloggi protetti, avvocati, sussidi, lavori, miniappartamenti, ecc. per le donne che hanno il coraggio di denunciare i propri despoti. Ok, apparentemente tutte cose di buon senso, nulla da dire. Io però, qualche perplessità ce l'ho. Innanzitutto nei confronti delle tante nostre giornate “contro”. Contro il fumo, la guerra, l’omofobia, il razzismo, ed anche contro la violenza sulle donne. Non mi convincono in genere. Noi siamo uno strano paese, che funziona male, pieno di difetti, molto più di ieri e meno di domani, che però sa descrivere sempre molto bene le proprie magagne. Ci sono perfetti narratori di qualsiasi crisi, non solo economica, e che, con l’esercizio semplice della descrizione, ottengono largo consenso, applausi e voti. Poi, per il cambiamento, si fa presto: manifestiamo in piazza ! In piazza, in piazza, a protestare, perché così siamo di sinistra, “se non ora quando”, siamo tanti, siamo forti, siamo vecchi combattenti. Anzi, meglio ancora, secondo il costume della chiesa di dedicare ogni giorno a un santo, noi che siamo laici ogni giorno lo dedichiamo al rituale di un “contro qualcosa” per esorcizzare così qualsiasi malanno. Come se dipendesse sempre da qualcun altro. Sono critico su questo, e, nonostante tutto quel che è successo in queste ultime ventiquattr'ore anche su come viene trattato il tema della “violenza sulle donne”. Se allarghiamo lo sguardo sullo stato delle relazioni uomo-donna, vediamo e dobbiamo aggiungere la grande guerra in corso delle separazioni e dei divorzi che, come abbiamo scritto altre volte, mobilita stuoli di avvocati, giudici, assistenti sociali, psicologi, psichiatri, educatori, tribunali dei minori, ingrossando ed enfatizzando al massimo le fila ed il clima di conflitto, ampliando le aggressività e i rancori, i desideri di vendetta, i ricatti più subdoli, le difficoltà economiche a volte disperanti. Ebbene io credo che a monte di tutto ciò, femminicidi compresi, ci sia una società che stenta moltissimo a trovare le coordinate delle relazioni sentimentali in un'epoca in cui l'evoluzione e l'affermazione della propria individualità si coniuga con la libertà e con la necessità di rivedere le mappe valoriali dei rapporti di coppia. Quello che avviene è che c'è un arretrato culturale gigantesco, una difficoltà ad abbandonare vecchi schemi di idealizzazione della vita a due, obsolete pretese di “la piasa, la tasa, la staga a casa”, di “capifamiglia” del bel tempo che fu, della necessità di profonda considerazione della parità di ruoli e, ancora, di liberarsi della tragica semantica del “fallimento di una vita” ogni volta che termina una relazione amorosa. Insomma, c'è oggi una incomunicabilità assai maggiore di quella dei tempi di Pirandello o di Antonioni, e serve a poco fare giornate “contro”, assai di più servirebbe riflettere sui cambiamenti e promuovere giornate di incontro, di confronto, di dibattiti. Per non continuare a vivere nel presente con la testa nel passato. E consegnare i propri sogni all'ira quando scopri che il presente è assai diverso dal passato.
Giuseppe Raspadori
Alto Adige 28-11-12
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