Nel mirino 7 luoghi di transito in Tirolo, Alto Adige e Austria Storici e antropologi alle prese con le “zone sensibili”
di Luca Sticcotti
BOLZANO In questi giorni la casa editrice Raetia ha
pubblicato, nella doppia versione italiana e tedesca, un interessante
volume intitolato “Al confine. Sette luoghi di transito in Tirolo, Alto
Adige ed Austria”. Si tratta di un lavoro scientifico ma dalla forte
valenza divulgativa che delinea le vicende di alcuni luoghi simbolo per
quanto riguarda l’identità della nostra macroregione alpina. Stiamo
parlando naturalmente del Brennero, ma anche di Prato Drava, Salorno,
Resia ed Ala, strada dei Tauri e del collegamento con i comuni
“tedeschi” dell’alta val di Non. Il libro (430 pagine con ampia
dotazione di fotografie, mappe storiche e documenti di vario genere) è
stato realizzato sulla base di un progetto del gruppo di ricerca
altoatesino “Storia e regione” ma coinvolgendo varie istituzioni del
Tirolo storico, con il coordinamento di Valentina Bergonzi. I saggi sono
stati firmati da Reinhard Bodner, Martin Kofler, Ingo Schneider, Hans
Heiss, Roman Urbaner, Martin Steidl Karl C. Berger, Franz Jäger, Rodolfo
Taiani, Stephan Illmer e Massimo Galtarossa. La cura del volume è stata
di Siglinde Clementi, Ingo Schneider, Emanuela Renzetti e Andrea Di
Michele. Proprio ad Andrea di Michele, autore anche dell’introduzione
oltre che del saggio sul “confine mobile” di Salorno, abbiamo scelto di
rivolgere alcune domande, per capire meglio qual è lo scopo di questa
pubblicazione. Qual è stato lo spunto iniziale per la realizzazione del
libro? «Qualche anno fa ad Innsbruck venne realizzato un libro, di
impostazione antropologica, che parlava dei luoghi di confine del Tirolo
storico. Abbiamo pensato di riprendere quell’idea creando un volume che
espandesse i saggi dedicati confini, arricchendoli prendendo in
considerazione anche gli aspetti storici della questione. Il nostro
lavoro è nato attraverso un fitta rete di collaborazioni: l’università
di Innsbruck, noi di Storia e Regione e dell’archivio storico
provinciale, a Trento università e museo storico. All’inizio non
sapevamo bene come muoverci: alla fine abbiamo adottato la soluzione più
semplice realizzando per ogni confine sia un saggio storico che uno
antropologico. La realizzazione di saggi unici ed interdisciplinari
sarebbe stata infatti assai più complessa, anche se senz’altro molti
interessante. Non è escluso che un lavoro interdisciplinare non si possa
fare in futuro, soprattutto per il confine del Brennero che tra tutti
ha senz’altro la storia più... “forte”». Recentemente si parla di nuovo
molto di confini... «È vero. Ed in ogni caso quello dei confini è un
ambito di ricerca che negli ultimi vent’anni ha avuto un grosso
successo, diventando quasi una moda. Su questi border studies sono nati
anche degli istituti veri e propri. D’altronde gli aspetti a indagare
sono davvero molto interessanti. Ad esempio quelli che attengono alla
nascita dei confini ed ai loro spostamenti. Le relazioni internazionali
relative ai confini hanno una grandissima importanza dal punto di vista
politico. Ma anche come un confine viene oggettivamente disegnato non è
di certo una cosa banale. Ma un confine è molto di più di una linea sul
terreno decisa dall’alto. Il tracciato di un confine ha conseguenze di
tipo economico, sociale, ambientale. Il territorio viene trasformato
profondamente se ospita un confine, basti pensare ancora una volta alla
vicenda della località del Brennero. Con le sue implicazioni
urbanistiche, demografiche, di flussi di immigrazione, ecc.». I confini
sono anche sinonimo di sviluppo? «Beh, al Brennero con il confine
senz’altro si fecero strada diverse attività economiche. Nacque un
mercato e venne creato un grande scalo ferroviario. Con il secondo
dopoguerra al Brennero si fece strada poi il turismo di massa germanico
che trovò al Brennero la prima agognata tappa di shopping “italiano”.
Nel libro c’è una divertente intervista in cui un austriaco dice di
associare il Brennero, fin dall’infanzia, al profumo della mortadella».
Commercio legale ed anche commercio illegale... «Certo. Non va infatti
dimenticato il ruolo del contrabbando. In tutte le località di confine
si sviluppò una forma di contrabbando più o meno fatto in casa. Che però
divenne una voce importante nel bilancio di molte famiglie». C’è poi la
questione identitaria, che per noi non è di certo secondaria. «È un
aspetto più strettamente legato all’antropologia. Ci siamo domandati
quanto i confini sia in grado di influire nelle modificazioni delle
identità e nella creazione di identità nuove. Sono questi i meccanismi
che finiscono per trasformare i confini in luoghi simbolici. Un esempio
in questo senso è il cippo del Brennero. Questo luogo è stato a più
riprese una meta di veri e propri pellegrinaggi. Il termine
“pellegrinaggio” non è assolutamente fuori luogo. Durante il fascismo
nel trentino erano attive delle associazioni che organizzavano delle
manifestazioni volte a ricordare i mille volontari trentini che in
occasione della prima guerra mondiale scelsero di arruolarsi
nell’esercito italiano. I loro pellegrinaggi risalivano la valle
dell’Adige arrivando al Brennero con lo scopo di ricordare la conquista e
rendere omaggio ai caduti. Pellegrinaggio, sacri confini e martiri.
Sono terminologie religiose perché proprio nei luoghi di confine spesso
la politica si confonde con la religiose». Si tratta di un luogo
simbolicamente molto forti dal quale sembra sgorgare identità nazionale
italiana... «Sì, ma con ricadute interessanti anche sulla popolazione di
lingua tedesca. Per lungo tempo al Brennero è stata presente quasi una
forma di resistenza al nuovo confine, legata guarda caso in particolare
proprio alla vita religiosa. Il confine del Brennero tagliò in due il
paese originario ed alcune frazioni si ritrovarono in territorio
austriaco. Dal punto di vista religioso la parrocchia continuò invece a
curare le anime da una parte e dall’altra del confine. Con un unico
cimitero in territorio italiano».
Alto Adige 16-11-12
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