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martedì 20 novembre 2012
L’alpinismo al femminile raccontato da Ingrid Runggaldier
Serata in verticale all’Archivio Storico delle Donne L’arrampicatrice gardenese è autrice di “Donne in ascesa”
«Questo è sempre stato un ambiente molto maschilista e se non eri un uomo neppure potevi ambire ad entrare in un club alpino»
di Daniela Mimmi
BOLZANO Le donne alpiniste sono e sono sempre state trasparenti. Hanno attraversato la storia come diafani fantasmi inconsistenti. Nessuno le ha fotografate nelle loro imprese, nessuno ha scritto di loro. Perchè l’alpinismo è da sempre un mondo maschilista, gli uomini hanno sempre scritto di uomini, e le donne hanno scritto degli uomini. E invece le donne alpiniste ci sono sempre state. Come le aviatrici. Anche loro trasparenti, mentre attraversavano i cieli, e a nessuno interessava niente. Erano donne che strappavano la voglia di avventura alla noiosa routine domestica, che salivano le cime per non sprofondare nel pavimento delle loro cucine, che sfidavano l’ignoto quando la società, come sfida, imponeva loro solo quella di fare figli. A queste donne (finalmente) ha reso giustizia Ingrid Runggaldier, autrice di “Frauen im Aufstieg- Donne in ascesa”, edito da Raetia. La scrittrice gardenese parlerà di queste donne “trasparenti”, oggi alle ore 18, presso l’Archivio Storico delle Donne di Bolzano, in Piazza Parrocchia 16 a Bolzano, insieme a Eva Cescutti. Nata a Bolzano nel 1963 e cresciuta a Ortisei in Val Gardena, Ingrid Runggaldier proviene da una famiglia di alpinisti: il padre, Franz è stato guida alpina e uno tra i fondatori delle famose guide alpine Catores e del Soccorso Alpino della Val Gardena. Lui ha insegnato alla piccola Ingrid ad amare la montagna portandola sulle cime più belle delle Dolomiti. La madre di Ingrid, alpinista anche lei, è stata la prima donna membro volontario effettivo del Soccorso Alpino in un’era cosiddetta pre-cellulare. «Era praticamente relegata sempre in casa ad aspettare le telefonate – ci dice la Runggaldier – Erano gli anni Sessanta-Settanta, e i cellulari non esistevano. Ma a mia madre non dispiaceva, sapeva che anche in quel modo poteva rendersi utile». Ingid Runggaldier lavora come traduttrice presso la Provincia di Bolzano e ha tradotto e pubblicato svariati testi dall’inglese in ladino. Ha realizzato vari programmi radiofonici e reportage televisivi, tra i quali “Daheim in Jerusalem” e “La montagna al femminile”, con il quale ha partecipato a vari Festival, compreso il Cervino International Film Festival ed è membro del Consiglio Direttivo del Filmfestival della Montagna di Trento. Le chiediamo come mai ha deciso di dare voce a queste donne mute, oltre che trasparenti: «Perchè nessuno ha mai parlato di loro ed era giusto che qualcuno lo facesse. L’ambiente dell’alpinismo è molto maschilista, non è un segreto. Le donne scalavano, hanno anche ottenuto dei buoni risultati, ma non potevano iscriversi neppure a un club di alpinismo. Le donne scalavano togliendo tempo alla casa e ai bambini, ma erano sempre dietro o vicino a un uomo (anche se erano davanti), comunque non scrivevano nè fotografavano e nessuno le fotografa o scriveva di loro». Come è strutturato questo libro? «Sono sette capitoli che seguono un ordine sia cronologico che tematico. È la realizzazione di un’idea nata dieci anni e inseguita con costanza in giro per il mondo. Per documentarmi sono andata in Austria, in Germania, in Svizzera, in Inghilterra e in altri paesi ancora, nei comuni, nei club alpini. Nel 2002 avevo realizzato un film sull’argomento, poi ho cercato un approfondimenti scrivendo questo libro». Il titolo è metaforico? «Decisamente. Il tema della salita è intesa non solo come conquista della montagna, ma anche come ricerca di un proprio ruolo nella vita. Questo non riguarda solo le alpiniste: basta pensare alle scienziate, alle aviatrici, alle donne impegnate in politica, a tutte quelle donne che volevano superare confini, salire in cima alle vette, in un mondo che glielo rendeva difficile e spesso impossibile. Le donne non potevano, non dovevano, non riuscivano a salire troppo in alto. Per loro era già un’impresa uscire dalle quattro mura di casa!». Tra tutte le storie che ha raccolto e documentato ce n’è una in particolare che l’ha colpita? «E’ una storia divertente, tragica e raccapricciante nello stesso tempo. Intorno al 1870, in Inghilterra, c’era un’alpinista molto brava e dotata, tale Meta Brevoort. Compì diverse imprese e scrisse molti articoli, ma sempre con il nome del nipote, perchè era impensabile che una donna scalasse le montagne e pure ci scrivesse sopra. Quando poteva si portava dietro il suo cane, Tschingle. Dopo tante conquiste chiese l’iscrizione al Club Alpino di Londra, che naturalmente le negarono perchè era riservato ai soli uomini. Ma accettarono l’iscrizione del suo cane. Immagino che fosse un cane maschio...».
Alto Adige 20-11-12
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