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domenica 21 ottobre 2012
I ragazzi di piazza delle Erbe raccontati sul palcoscenico
L’autore bolzanino Andrea Montali mette in scena la gioventù locale nel dramma “Forse tornerai dall’estero” che in maggio replicherà una dozzina di volte nello Studio del Comunale
di Fabio Zamboni
BOLZANO Se il teatro è lo specchio della società, come ama ricordare Marco Bernardi, l'occasione è ghiotta: portare in scena la quotidianità, le frustrazioni ma anche i sogni di un gruppo di ragazzi bolzanini, in un lavoro teatrale firmato da Andrea Montali. Un lavoro intitolato "Forse tornerai dall'estero" che il Teatro Studio del Comunale ospiterà in maggio per una dozzina di repliche. Per il giovane autore bolzanino, al debutto nella drammaturgia dopo aver pubblicato un paio di romanzi, l'emozione di vedere il proprio nome in cartellone accanto a quelli di tali Shakespeare, Euripide, Molière, Tennessee Williams; per noi, anche la curiosità di capire quale Bolzano finirà sul palcoscenico, come sono questi giovani personaggi attinti alla vita vera anche se con nomi e situazioni inventati. «Già nei miei romanzi _ dice Montali _ ho raccontato i ragazzi della mia età, che allora erano dei ventenni e che oggi e nella storia che approderà al teatro sono diventati dei giovani adulti. Racconto loro e la loro realtà, che si incrocia però con dei piani di surrealtà, che a teatro sono preziosi». Ma chi è Andrea Montali: uno di loro? «Sono nato a Bolzano nel giugno del 1983. Genitori di La Spezia (padre) e Parma (madre), sposatisi qui negli anni Settanta. Ho fatto il Liceo pedagogico, un anno di Filosofia, poi ho lavorato nel sociale, negli asili nido e in case di riposo. Ora punto a vivere di quello che scrivo. Gli anni passano, infatti considero questo testo teatrale un tributo alla giovinezza, quel periodo della vita in cui le cose dovrebbero essere a portata di mano. Attraverso questo spettacolo volevo salutare quella fase della vita nel migliore dei modi». Ma come arriva al teatro? Non è facile... «Il mio esordio letterario, "Anime sole in autobus sovraffollati" qualche anno fa è capitato in mano a Marco Bernardi, direttore del Tsb. Quando l'ho scritto avevo 23 anni e quindi raccontavo una generazione più giovane rispetto a quella di "Forse tornerai dall'estero"». E quel titolo che cosa ci dice? «Uno dei personaggi , una ragazza, decide di andare a studiare il tedesco all'estero, grazie a uno dei progetti finanziati dalla Provincia. Decide di farlo per scappare da una situazione che non riesce più a sostenere. La sua quotidianità è quella del rapporto con il suo fidanzato, che si trascina fino a un colpo di scena che si scoprirà solo a teatro. A quel punto, è combattuta fra il restare e il tornare, mentre gli altri personaggi l'aspettano». Questa condizione di fuga da Bolzano è piuttosto diffusa nella realtà. «Questi ragazzi si ritrovano proprio in una categoria incerta tra la fuga e la frustrazione del restare. Uno di loro è una persona piena di iniziativa e infatti apre un bar. Un altro in quel bar va a lavorare, con il sogno di aprirne uno tutto suo e poterci ospitare un po' d'arte e di cultura. E invece si ritrova a sbarcare il lunario facendo il cameriere, instaurando un rapporti quasi di dipendenza. Perché a Bolzano, nella Bolzano italiana, il problema dei problemi è quello di non essere bilingui». Gli altri personaggi? «Alcuni studiano. Poi c'è un giovane idraulico che arrotonda spacciando. E un sessantenne alcolizzato che viene visto come un archetipo da non imitare. Una ragazza è di madrelingua tedesca e quindi il padre avvocato le impone di andare a studiare a Innsbruck. Si ritrova nel mio zoo bolzanino perché è coinquilina di uno dei miei personaggi. Un altro carattere è quello che ambisce a diventare giornalista. Suo padre si è arricchito con una sala giochi e lui collabora con un quotidiano locale dove spera di essere assunto». Leggermente autobiografico? «Non volevo fare nulla di autobiografico ma ho ovviamente attinto alla realtà che conosco per poterla descrivere con cognizione di causa». Nella presentazione dello spettacolo, sulla brochure dello Stabile, si dice che la vicenda si svolge in cinque giorni d'estate. «E' un canone che mi sono costruito io per raccontare la storia, che è giocata anche su flashback, senza seguire una narrazione cronologicamente precisa. Cinque giorni qualsiasi nei quali questi personaggi fanno scelte forti. D'estate perché è il momento in cui la maggior parte degli studenti hanno finito gli esami: qualcuno bivacca sui Prati del Talvera, qualcuno cerca ossigeno altrove: uno di questi personaggi, Elisa, si ritrova nel Salento in vacanza con un altro dei nostri personaggi». I luoghi della storia: c’è anche un bar, di quale rione? «All'inizio avrei voluto ambientare la storia in un'altra città, anche per evitare autobiografismi vari. Ma poi mi sono reso conto di non poter attingere se non alle situazioni che ho vissuto e metabolizzato, pur evitando qualsiasi riferimento o dettaglio preciso. Allontanarmi da me stesso è stato il primo obiettivo, una regola aurea che mi ha insegnato un amico scrittore, Massimiliano Santorossa. I luoghi? Un bar della periferia italiana di Bolzano, frequentato solo da ragazzi italiani, che nella vita si confrontano con il mondo sudtirolese anche se vivono in un mondo parallelo a quello tedesco. La realtà oggi sta cambiando, e migliorando, ma in alcuni contesti è ancora così. Soprattutto in alcuni bar di periferia». Altri spazi? «L'Università, ma non quella di Bolzano, poco frequentata dagli "indigeni". Poi c'è il monolocale in cui il barista vive con la sua ragazza. Dissanguati dall'affitto, anche se lui prende il classico contributo provinciale. E poi altri spazi tipo i Prati, ma non così riconoscibili. Riconoscibilissima è invece Piazza delle Erbe, punto di ritrovo delle nuove generazioni». C'è, nel testo, anche una denuncia della situazione, qualche pugno nello stomaco? «Nessuna denuncia. Nella stesura volevo solo divertirmi a raccontare, poi i personaggi mi hanno preso per mano. Più che denuncia, una delle intenzioni era quella di testimoniare che esistono davvero questi personaggi pur inventatissimi». E c'è qualcos'altro di bolzanino? Se posso suggerire: una certa freddezza nei rapporti? «Diciamo pure una certa ipocrisia, che definisco “bolzanite”: è quella della gente che non vuole vedere, di chi fa finta di nulla se l’avvocato di grido viene coinvolto in una squallida storia di prostituzione e anche lui fa finta di nulla». Di bolzanino, si legge nel programma, c'è anche la musica. «Certo: ho inserito brani di band locali come Very Short Shorts, Nathan Kortleitner, No Choice, Eugenie, Club 99, Mary's Jail, If Tomorrow Ever Comes e del trentino Anansi». Commedia o tragedia? «Tragicommedia».
Alto Adige 21-10-12
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