Da 35 anni in Brasile dopo essere passato per Regina Pacis. Realtà a confronto «Lì un’economia che cresce con squilibri enormi, qui una diocesi seduta»
di Luca Sticcotti
BOLZANO Pierluigi Sartorel è un prete diocesano proveniente dalla parrocchia di Regina Pacis e missionario fidei donum in Brasile da 35 anni. Lunedì scorso è stato ospite a Bolzano del Centro per la Pace e dell'Associazione Lovera nell'ambito di un incontro dedicato al grande paese latinoamericano, protagonista di un boom che l'ha portato in pochi anni a divenire la sesta potenza economica mondiale. Sartorel è partito per il Brasile insieme ad altri due missionari della diocesi di Bolzano, i fratelli Lino ed Ermanno Allegri, con l'intento di essere una chiesa vicina alla gente, in grado di sostenerne il riscatto sociale. Dopo aver vissuto per qualche anno in contesti rurali i tre sono approdati a Fortaleza, una grande città del nordest del paese latinoamericano. Cos'è il Brasile del 2012? E' molto diverso rispetto a quando siete partiti? E' un paese anche oggi in continua evoluzione, anche dal punto di vista razziale e culturale. Il paese è stato segnato dalla dittatura, che è durata dal 1964 al 1982, ma ad essa ha fatto da contraltare la presenza della chiesa cattolica che a partire dal Concilio ha promosso la formazione delle comunità di base e lo sviluppo della teologia della liberazione. La chiesa cattolica ha contribuito molto affinché in Brasile potesse svilupparsi una coscienza di diritti umani, civili e di partecipazione. Le comunità di base hanno portato allo sviluppo di movimenti popolari, pastorali sociali e in definitiva hanno creato le condizioni per elezione di un operaio a presidente della repubblica, Luis Ignatio Lula da Silva. E' avvenuto grazie alla partecipazione della gente più semplice e povera alle comunità di base. La parola di Dio ha consentito alla gente di capire quello che doveva fare per cambiare la società. Quella del Brasile però non è solo la storia di un successo... Senz'altro non è tutto oro quello che luccica. Lula non ha salvato la patria ed in definitiva non ha risolto nessun problema. Nel primo mandato è stato eletto senza la maggioranza in parlamento e quindi ha avuto sostanzialmente le mani legate. Ha però creato degli strumenti per spostare una parte della ricchezza del Brasile nella direzione degli strati più poveri della popolazione, attraverso una sorta di Politica compensatoria che gli ha consentito di dare da mangiare a chi non ne aveva. Attraverso una borsa famiglia per le famiglie a basso reddito, contributi per i figli che vanno a scuola. Ha poi dato impulso allo sviluppo delle infrastrutture, dedicando grande attenzione anche all'educazione, rafforzando la scuola pubblica ed aprendo 370 scuole tecniche per il paese. Gli squilibri sociali però sono rimasti. In Brasile chi ha soldi ne ha davvero molti. Oggi il Brasile è sì al sesto posto come ricchezza ma solo al cinquantaquattresimo come distribuzione del reddito. Lula è riuscito ad inserire il Brasile nella fascia di paesi emergenti ma in merito alla riforma agraria non è riuscito a fare quasi nulla. E, se ci pensiamo, tutti i paesi cosiddetti “sviluppati” sono passati attraverso una riforma agraria. Recentemente Lula ha passato la mano a Dilma Yussef che è divenuta la prima presidenta brasiliana. Ma con lei le cose non sono migliorate, anche perché lei è una tecnica ed ha molte meno capacità di dialogare con i movimenti popolari. Così anche in Brasile, come in USA ed Europa, durante la crisi si sono spesi miliardi di dollari per compensare la perdita delle banche e non far crollare il sistema finanziario. Il Brasile è un gigante con i piedi d'argilla: dietro una facciata di sviluppo la struttura sociale è rimasta la stessa e la relazione di potere tra capitale e forze di lavoro sta addirittura forse peggiorando, soprattutto per quanto riguarda le prospettive dei giovani. A Fortaleza ogni settimana vengono ammazzati 10 giovani tra i 15 ed i 21 anni. E' un problema molto serio, una vera guerra e il futuro dei giovani è davvero un'incognita. Occorrono un profondo cambiamento educativo e una concreta prospettiva di vita. Nel nostro quartiere a Fortaleza con Lino ed Ermanno Allegri abbiamo fatto una ricerca sociologica: tra gli 1 ed i 4 anni ci sono più maschi che femmine, dai 15 in su gli uomini spariscono perché fuggiti, in prigione, al riformatorio o morti ammazzati. Don Piergluigi, com'è l'Alto Adige visto dal Brasile? La prima volta che sono tornato, nel 1980, ho fatto una predica a Regina Pacis analizzato la società che avevo visto a partire dalla pubblicità in televisione. C'erano moltissime pubblicità di cibo per cani e per gatti e per strada si vedevano bei gattoni e cagnoni. Dai noi in Brasile i cani e i gatti erano e sono sempre stati solo randagi, magri, prendendo pedate da tutti. Il tutto mentre i bambini morivano di fame. La seconda volta che sono tornato il 50% della pubblicità era invece sui bagni: piastrelle, rubinetti d’oro, vasche Jacuzzi. Ho pensato: ecco, sono diventati dei signori. La volta successiva ho trovato la pubblicità con i 40 metri di carta igienica... Poi ad un certo punto le cose sono cominciate a cambiare e nelle pubblicità pullulavano le porte blindate. Tutti le mettevano su ed ho pensato che cominciava prendere piede la società della paura. La paura di perdere quello che si era conquistato. Ultimamente ho quindi percepito chiaramente che l'Italia era diventata molto più razzista e xenofoba. Quella attuale è una società di gente che si chiude in sé stessa anche se, bisogna ammetterlo, in Italia si è sviluppato moltissimo in questi ultimi anni il volontariato internazionale sia religioso che laico. Molti cercano di fare qualcosa per aiutare, con generosità, credendoci. La società ha l’acqua alla gola ma è ancora possibile individuare dei percorsi per fare qualcosa di positivo. E la chiesa altoatesina? Che impressione Le fa? Mi sembra seduta. Ci si preoccupa di conservare un poco di quello che si è raggiunto, ma senza una presenza profetica. Bisognerebbe recuperarla. Sul settimanale brasiliano Carta Capital in questi giorni c’è una foto a tutta pagina del cardinal Martini ed il titolo dell'articolo è “l’ultimo apostolo”. E’ una considerazione, nostalgica, in merito ad un qualcosa sta sparendo. I preti ed vescovi che costruiscono ci sono, ma non appaiono molto. E' davvero una situazione difficile.
«Papa Wojtyla ha fatto un gran danno all’America Latina nominando vescovi-chierichetti burattini del Vaticano»
Molto duro il giudizio di Sartorel sul pontificato di Wojtyla: «Giovanni Paolo II in America Latina ha fatto un grande male alla chiesa nominando una serie di vescovi che di fatto sono chierichetti del Vaticano e sono incapaci di pensare. Così a partire dagli '80 con l'avvento della democrazia molti vescovi hanno mandato via dalle chiese quelli che facevano politica e per molti questo è stato davvero deleterio. C'è stata poi una vera e propria invasione da parte dei movimenti pentecostali, sia protestanti che cattolici. Questi movimenti si basano su una teologia della della retribuzione: più doni soldi alla chiesa e più diventi ricco, perché la ricchezza è un dono di Dio. La gioventù poi si nutre di eventi megagalattici. Si tratta di gocce di Vangelo diluite in litri e litri d'acqua. Di sostanza ne rimane ben poca. Oggi il 40% della popolazione in Brasile è protestante e divisa in 100 mila chiese, dal "Bastone di Mosè" fino all'"Ora Miracolosa". Fuori ci sono cartelli che dicono: "Sei senza lavoro? tua moglie ti ha fatto le corna? i tuoi figli si drogano? Vieni da noi all'ora della benedizione, scaricherai le tue pene e troverai la pace”. La verità è che i preti devono tornare vicini alla gente ed è ora che la chiesa faccia preti anche gli sposati. D'altronde ci sono sempre stati e vanno benissimo. In ogni caso io la comunione la dò a tutte le coppie che educano i figli cristianamente e si impegnano nella pastorale. Quando siamo stati nella prima favela a Fortaleza l’80% delle coppie erano irregolari. Cosa dovevamo fare? Sbatterle tutte fuori dalla chiesa?» (l.s.)
Alto Adige 26-9-12
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